DEEP PURPLE AL MEDIOLANUM FORUM: REPORT DEL CONCERTO

Deep-Purple

Il rock ha ormai una certa età ma ha il grande vantaggio di invecchiare meno dei suoi stessi artefici. Eppure quando vedi salire sul palco una vecchia band, pardon di una certa età, che da dimostrare non ha proprio più nulla ma che ci crede ancora e che, come quaranta fa, è capace di lasciare il segno, sei costretto inevitabilmente a strabuzzare gli occhi almeno un paio di volte. Sono le 21,15 quando sul palco del Mediolanum Forum di Assago salgono in scena i Deep Purple, quelli lì che negli anni Settanta, coi capelli lunghi e il chitarrista incazzoso hanno dato forma al riff più brutalmente semplice e devastante del rock. Già, proprio quelli che ridotte le chiome e con settanta primavere alle spalle, sono ancora in giro. Hanno un fascino innegabile: ti sei ritrovato ovunque i loro album dei giorni di gloria e andare a vederli suonare dal vivo è come assistere a un rito di celebrazione del rock e tutto l’eterogeneo pubblico accorso ne è consapevole, sia che si tratti di nuove leve che di fan inossidabili che conoscono tutto il canzoniere, l’ultimo “Now What?!” del 2013 compreso.

Vecchi sì dunque e anche piuttosto fuori moda, eppure i Deep Purple riescono nella non facile missione di catturare il pubblico del Forum, partendo come un treno in corsa e lasciandosi andare a ruota libera senza mostrare il fianco all’età. Il quintetto stupisce per la sua formidabile energia, dando prova di avere ancora un tiro impressionante. Certo, bisogna ammettere che sul palco ci sono dei signori inglesi con delle pance inglesi – beh, non proprio tutti: Steve Morse è americano e lui la pancia a quanto pare ancora non ce l’ha – che fanno a cazzotti con l’immaginario rock. In special modo il frontman Ian Gillan difetta alquanto in presenza scenica, poco animale da palcoscenico nella sua t-shirt oversize. I segni del tempo sono soprattutto negli acuti, il cantante sa che alcune cose non può più permettersele e lascia campo libero ai suoi compagni d’armi. Gli storici Roger Glover al basso e Ian Paice alla batteria e i nuovi Steve Morse alla chitarra e Don Airey alle tastiere sono una macchina inarrestabile che libera Gillan dagli oneri del palco e gli consente le frequenti uscite di scena per riprendere fiato senza deludere il pubblico.

Standing ovation per Ian Paice, motore instancabile della band e funambolico trascinatore. Il suo assolo di metà concerto, nel mezzo di “The Mule” – al buio con le bacchette luminose a mo’ di spade jedi ad agitarsi nell’oscurità – ha creato un ponte temporale al 1972 di Made In Japan (lo storico album-live che li ha consacrati come una delle band più potenti allora in circolazione), dando prova di essere a 67 anni uno dei più potenti addetti alle pelli in circolazione.

Il “nuovo” Don Airey, – in formazione dal 2002 dopo il ritiro del fondatore Jon Lord, mancato nel 2012 per un cancro – è perfettamente calato nella parte: gigioneggia con le tastiere concedendosi larghi spazi e perfino una “Nessun Dorma” dalla “Turandot” di Puccini durante il suo assolo. In chiusura regala anche una performance con un cerchietto-coltello conficcato nel cranio: insomma è pur sempre la notte di Halloween, no?

Il guitar hero, l’americano Steve Morse ha macinato riff e assoli con il piglio del virtuoso navigato. La parte che ricopre è un po’ quella dell’alieno del gruppo per aspetto e stile, e devo ammettere che faccio ancora una certa fatica a considerarlo parte integrante del gruppo nonostante gli ormai vent’anni di attività con la band in una posizione difficilissima. A ogni modo, carisma o meno, la padronanza della sei corde è indiscutibile e il suo ingresso in formazione ha dato nuova linfa alla band dopo il definitivo (?) addio al gruppo da parte dello stizzoso Blackmore.

In un’ora e mezza i Deep Purple hanno tirato fuori cuore e muscoli e non si sono risparmiati con il pubblico. In scaletta molti i brani del nuovo repertorio ma la band non si è negata sui grandi classici che ne hanno fatto la fortuna. Certo, non c’erano né “Child In Time” né “Highway Star”, ma quando è arrivata quella devastante progressione di note – un po’ a sorpresa a dire il vero, in chiusura prima del rientro con i bis – il tappo è saltato definitivamente: “The fire in sky” a squarciagola da tutto il forum. E lì capisci che questi inossidabili ex capelloni ci credono davvero, nonostante le mode e i tempi non siano più dalla loro parte. E poco importa se non è stato il concerto della vita, perché i Deep Purple hanno dimostrato di esserci ancora, granitici come sempre e pronti a regalare al proprio pubblico quel riff altre mille volte se necessario. E non è poco per del fumo sull’acqua.

(Marco Di Milia)

Fonte: www.rockol.it
I Deep Purple impegnati in un tour che li vedrà protagonistianche in Italia con quattro live a partire da venerdì 30 ottobre alla Kioene Arena di Padova, la scorsa domenica 25 ottobre a Lodz (Polonia) hanno proposto una nuova canzone che, presumibilmente, troverà spazio nel nuovoalbum in uscita nel 2016.

Questa la scaletta del concerto di Lodz:

Après Vous
Demon’s Eye
Hard Lovin’ Man
Strange Kind of Woman
Vincent Price
Guitar Solo
Uncommon Man
The Well-Dressed Guitar
The Mule (con assolo di Ian Paice alla batteria)
(Unknown) (nuova canzone)
Silver Tongue
Hell to Pay
Keyboard Solo (Don Airey)
The Battle Rages On
Space Truckin’
Smoke on the Water

Encore
Hush (Joe South cover)
Bass Solo
Black Night

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