Fiorella Mannoia: “Io, operaia e Combattente”

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La cantante è nel cast di ‘7 minuti’ il film di Michele Placido che racconta la storia vera di un gruppo di operaie tessili. Ma al cinema non è un debutto, quella volta che faceva la controfigura a Monica Vitti

 Fiorella Mannoia combattente nella musica, operaia al cinema. In attesa del nuovo album di inediti che si intitola, appunto Combattente, la cantante, 62 anni, è tra le protagoniste di 7 minuti, il film di Michele Placido presentato alla Festa di Roma e in sala il 3 novembre. Eccola all’Auditorium.

Il suo non è un debutto, aveva già recitato al cinema…
“Sì, avevo fatto un piccolo ruolo in un film western. Ma la musica è sempre stata la mia passione e di fare l’attrice non mi era mai venuto in mente, men che meno in un film così importante, con un regista come Michele Placido, con le altre attrici. E’ stata una cosa improvvisa e inaspettata. E’ arrivata una mail del mio sito “Placido ti vuole per un film”. Pensavo a uno scherzo. Poi la richiesta è arrivata attraverso i canali ufficiali e ho incontrato Michele che mi ha detto che l’idea di convocarmi era stata del cosceneggiature e autore del testo teatrale Stefano Massini. Io ho pregato Michele di farmi un provino, non sapevo se ero all’altezza, non volevo fare una cosa che avrebbe fatto dire al pubblico: “era meglio che cantavi” o far fare brutte figure a lui. Era una cosa importante. Avevamo appuntamento, poi lui è venuto all’Auditorium per un concerto e alla fine mi ha detto “quello che mi interessava l’ho visto stasera”.

Perchè ha detto sì?
“Ho accettato per sfida. Ho rubato da Michele che nella lettura dei copioni leggeva le parti, erano lezioni di cinema per me. Ci parlava di come dovevamo recitare, ci correggeva, ci esortava a non alzare la voce e a tenere dentro più che a esternare. Guardavo le mie colleghe, le mie nuove colleghe. Che mi hanno coccolato. Ero sempre vicino a Ottavia, che è la più grande di tutte. All’inizio ero un po’ agitata poi mi sono detta “sii te stessa”.

Il suo è un personaggio di madre che ha una figlia operaia incinta
“Tutte e due lavorano nella fabbrica che è l’unico reddito di tutta la famiglia. Quando il personaggio di Ottavia, Bianca, arriva dal colloquio con i proprietari noi altre dieci che con lei rappresentiamo le altre trecento operaie ci aspettiamo che ci sia la localizzazione e che perdiamo il posto. E quando invece scopriamo che i posti sono salvi e in cambio vogliono sette minuti ci sembra una richiesta stupida. Poi Ottavia ci fa capire il significato di questi minuti, ci esorta a parlarne. Alcune cambiano opinione. Il mio personaggio è amico e collega da anni con quello di Ottavia, ma non capisce questa sua scelta all’inizio. E poi esce il conflitto e tra quelle donne succede di tutto”.

Il film è tratto da una storia vera.
“Il cinema, il teatro, la musica rispecchiano ciò che ci circonda. Oggi questa è una realtà importante. Aver fatto un film sul lavoro di fabbrica ho trovato che fosse una idea coraggiosissima. Stiamo affrontando un futuro in cui i conflitti, gli immigrati, sono disposti a tutti per avere un lavoro e i diritt acquisiti negli anni di lotte vengono vanificate da una serie di persone che ha bisogno di lavorare e sopravvivere. E questo è uno dei conflitti del film, italiane contro straniere. Ma questa è la realtà in cui viviamo”.

Lei non si è mai tirata fuori dall’impegno
“Non è stato un caso che Massini abbia pensato a me. Questo film rispecchia le idee che porto avanti, e che ho sempre esposto senza paura. Per questo mi trovo bene con Ottavia, che ha fatto scelte simili anche nella vita privata e artistica. Io lo sento come un dovere morale. Ho avuto la fortuna che ho avuto, sono privilegiata, ho più di quanto avrei immaginato. Mettersi a disposizione degli altri, lasciare un segno su questo mio passaggio sulla terra: voglio dire di averci provato. Ho vissuto, ho provato a portare avanti le mie idee. Non ho paura e accetto le ripercussioni delle mie dichiarazioni”.

C’è stato un tempo in cui anche lei ha dovuto barcamenarsi.
“Ho fatto tanti lavori, anche la commessa. Dovevo portare a casa lo stipendio, la mia non era una famiglia ricca. So cosa è il lavoro. E so cosa significa il rispetto per chi lavora e i colleghi che si lamentano. A volto sono stanca ma poi mi dico: chi si alza alle cinque e va in fabbrica si può lamentare, tu no. Quando abbiamo girato nella fabbrica di Latina mi sono guardata intorno. Pensavo “c’è chi ha passato trent’anni della vita qui dentro. Sempre alla stessa macchina, con gli stessi gesti. Mi ha regalato una grande identificazione con il personaggio”.

Momenti di allegria?
“Tanti, undici donne insieme. Abbiamo riso, abbiamo mangiato. Noi avevamo il cestino Michele invece aveva sempre una signora che gli portava qualche mozzarella, qualche prelibatezza. All’ora di pranzo guardavamo tutte lui e gli andavamo intorno perché sapevamo che lui aveva cose buonissime. C’era sempre un sacchetto pieno di meraviglie”.

Recitare è molto diverso da cantare?
“Non così tanto. Non per me che canto sempre solo canzoni nelle quali posso rispecchiarmi, di cui condivido il contenuto. Io non posso cantare canzoni con un testo stupido, non ci riesco. Devo sempre immedesimarmi in ciò che canto e così ho fatto nel ruolo del film”.

E del western di gioventù che ricorda?
“Ero una sorta di Calamity Jane, la figlia dello sceriffo. Una ragazzina dispettosa. Non ricordo altro, i miei ricordi sono soprattutto del tempo in cui ho lavorato come controfigura. Andavo bene a cavallo e mi facevano fare la controfigura”

E’ stata l’alter ego di Monica Vitti in quattro film.
“L’unico rammarico che ho è che ero troppo giovane per capire chi avevo di fianco. E purtroppo non c’erano i telefonini ma solo i fotografi di scena. E Monica voleva il controllo su ogni sua foto, era molto attenta a come veniva ripresa, alle luci. Mi diceva sempre “quando dai il profilo mettiti da questa parte…Mi ha insegnato molto e anche io sono molto attenta a questo nella mia carriera. Lei sapeva che amavo cantare “ricordati che a faccia è la tua, non lasciare che ti dicano gli altri cosa va bene”.

Non ci sono foto di voi due insieme. Quali ricordi le restano?
“Beh quello della scena sulla spiaggia di Amore mio aiutami, quella degli schiaffi in spiaggia: quella sono io. “dì che non lo ami…sì che lo amo…”. Ogni tanto la rivedo in tv e mi rivedo, magra magra. Avevo diciannove anni”.

Della Vitti cosa ricorda?
“Aveva un incredibile carisma. Arrivava sul set senza trucco, passando quasi inosservata, spettinata. Ma quando, truccata e pettinata, entrava sul set ricordo che tutti si fermavano per un attimo. Aveva personalità e una forza rara. Molto esigente ma anche umana. Quando facevo i miei stunt veniva a controllare se mi avevano legato bene, si preoccupava di vedere che tutto andasse bene. Monica è stata sempre per me un faro. Questi sono i ricordi che ho e mi dispiace di non aver immortalato questi momenti con De Sica, Sordi, Vitti, Risi, Cardinale, Oliver Reed, Gene Hackman. Ho avuto vicino dei mostri sacri del cinema e tutti sono sempre stati dolci e protettivi con me, ero una ragazzina, la mascotte di tutti loro”.

La scena più rischiosa?
”In Noi donne siamo fatte così correvo in motocicletta, ero incosciente. Ma i pericoli maggiori li ho corsi quando ho fatto la controfigura di Candice Bergen nel western Il giorno dei lunghi fucili, in Italia non è stato un successo. C’erano Oliver Reed e Gene Hackman. C’era una colluttazione su un carro e noi rotolavamo e cadevamo dal carro. Quando cadi ti fai male: le botte sono finte ma le cadute sono vere. Lì avevo molte scene complicate. Poi un giorno ho detto basta e sono andava avanti per la mia strada”.

Una strada che quest’anno si è incrociata di nuovo con quella del cinema.
“Sì, prima mi ha chiamato Paolo Genovese per Perfetti sconosciuti  “Mi piacerebbe che scrivessi una canzone per il film. Io leggo la sceneggiatura e scrivo questa canzone. Continuano ad arrivarmi ogni genere di premi, dal Nastro d’argento a un tributo dal festival di Tokyo. E ora questo”.

Continuerà?
“Mi piacciono le sfide, mi piace giocare, anche un po’ d’azzardo come in questo caso. Se mi propongono qualcosa che ritengo giusto per la mia età, il mio vissuto. Mi piacerebbe continuare, sì”.

Fonte: www.repubblica.it

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