Michael Schumacher: il campione compie 47 anni

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SCHUMACHER BENETTON

Quel maglione arancione davanti ai propri occhi. La mano sulla spalla. Più di tutto le parole. Una ramanzina in pieno stile. Certo che quel giorno a Magny Cours nel lontano 1992, Michael Schumacher, deve esserselo ricordato per tanto tempo. Davanti a lui Ayrton Senna. Furioso per essere stato tamponato al primo giro dal giovane asso tedesco.

Ancor di più per quelle dichiarazioni avvenute in Brasile poche settimane prima da parte di quel giovane pilota di Flavio Briatore. Un talento si, forse un filo sbruffone. Ecco, piace pensare che quella ramanzina trasformò il giovane ragazzo in un uomo. Il più forte che impartiva una lezione di vita al giovane arrembante.

Michael Schumacher, da Kerpen fino agli allori. Passarono due anni prima del trionfo Mondiale. Controverso, duro, talentuosissimo, Schumacher era dotato di una velocità unica, ma anche di quella cattiveria agonistica che solamente i campioni hanno dentro di se. Ai limiti del regolamento talvolta, ma dettata da quel fuoco dirompente che accomunava lui come Ayrton, Prost come Mansell.

Da giovane sfrontato a piccolo campione. Prese il meglio da quella lezione Michael. Dominò la stagione 1994 con una Benetton Ford inferiore alla corazzata Williams di Damon Hill motorizzata Renault. Quel testimone di campione raccolto proprio nell’anno della tragedia di Magic. Vinse in maniera controversa quel titolo,con una squalifica di due gare, prestazioni da puro fuoriclasse come a Monaco, e quel pizzico di malizia quando, una volta andato a sbattere ad Adelaide, si mise in mezzo per chiudere un incredulo Damon Hill: incidente per il tedesco, sospensione piegata per l’inglese e titolo al giovane Michael.

L’anno dopo il bis, dominato conquistato con una Benetton guidata da Briatore e Ross Brown ai box, condotta magistralmente dal giovane campione del mondo. Autore di imprese, come quella rimonta rimasta negli annali di Spa-Francorchamps. Partì sedicesimo, conquistò la vittoria in condizioni di bagnato e asciutto lì tra le Ardenne. Poi la grande sfida, voluta da Luca Cordero di Montezemolo, e l’approdo a Maranello.

Anno duro il 1996. Tanti ritiri, tanti problemi tecnici. Anno di crescita. Schumacher non più solo campione, ma anche uomo vero, uomo squadra. Serra i ranghi anche di fronte a problemi che hanno dell’incredibile. Inaccettabile per il Cavallino perdere un semi asse ai box di Montreal, spaccare il motore V10 al giro di ricognizione di Magny Cours. La crescita, arrivata e sublimata con quella vittoria a Monza davanti alla marea rossa che sugellò una grande storia d’amore. Furono tre le vittorie: sbaragliò la concorrenza in Spagna sotto la pioggia e vinse ancora una volta in Belgio, nella ‘sua’ Spa Francorchamps.

Quella rincorsa al titolo sfiorata, accarezzata poi nel 1997, vanificata da quel lato oscuro di Michael che ogni tanto usciva fuori. A Jerez era lotta aperta con Villeneuve. Non accettava di poter perdere. No, non dopo una rincorsa durata un anno nonostante una vettura competitiva ma inferiore. Eccola di nuovo la speronata, ma questa volta senza successo.

Piaceva di lui quella costante ricerca del limite e quella sua unicità nel raggiungerlo e mantenerlo. Aveva una velocità che probabilmente nessuno riusciva ad eguagliare. Un robot si diceva, una macchina da corsa. Anche scaltro, come quando vinse tagliando il traguardo dalla pit-lane sotto il diluvio di Silverstone nel 1998 per effettuare un drive-through.

Nell’immaginario collettivo c’erano però le sue imprese a Montecarlo. Quella perfezione sublimata tra i muretti del principato. Dove gli altri annaspavano, sbattevano, perdevano, lui danzava sotto la pioggia o con il sole. Imparava sempre dai suoi errori. Era questa una delle sue armi segrete.

Nel 1996, proprio a Monaco, conquistò una Pole Position unica: in ritardo di due decimi all’uscita del Tunnel, arrivò sul traguardo con mezzo secondo di vantaggio. Vanificò tutto il giorno dopo. Ecco, da quel momento a Montecarlo fu praticamente perfetto. L’anno seguente sbaragliò tutti sotto il diluvio. Anche nella sua seconda vita agonistica Montecarlo gli fu amica. Già perchè il suo ultimo guizzo lo regalò proprio con la Mercedes. Pole position per il vecchio leone. E pazienza se una penalizzazione lo fece retrocedere in griglia.

Gli anni in Ferrari furono il suggello di un dominio unico e incontrastato negli anni 2000. Prima ancora di quel fatidico primo titolo, conquistato a Suzuka, fu promotore della crescita di Maranello. Un titolo che lo portò nella storia, figlio proprio della sua velocità: sosta ritardata da Ross Brown al muretto, giri veloci inanellati, sorpasso ai box ai danni di Hakkinen. Poi quella banana che proprio Brown mangiava mentre Michael andava a conquistare gare e titolo. L’uomo Schumacher si vide tutto una volta sceso dalla macchina. Esausto, sopraffatto dalle emozioni con Todt che lo abbracciava. L’uomo Michael, non più ragazzino sbruffone quanto veloce.

Quella ramanzina, proprio quella di Ayrton Senna, era sempre rimasta evidentemente dentro di lui. Il giovane tedesco che si lamentava di ‘Magic’ davanti alle telecamere nel 1992 aveva imparato a covare dentro le proprie emozioni. Emozioni pronte ad esplodere quando a Monza nel 2000 raggiunse il numero di vittorie del brasiliano. Emozioni incontrollabili, custodite in maniera preziosa, sfociate in conferenza stampa a fine gara in un pianto umile, umano, tenero.

Questo è lo Schumacher che oggi compie 47 anni. Campione mai dimenticato da tifosi ed appassionati, ragazzo divenuto uomo, grazie anche alla tirata d’orecchie di una leggenda. Tanti auguri Michael.

Fonte: www.autoblog.it

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